In un vicolo dietro la chiesa c’era una certa bottega... (dedicato a Veniero) Testimonianze >>>
di Marino Carotti
 

Uno dei motivi per cui a 10 anni, nei primi anni ’60, mi inoltravo dentro il rione San Pietro, confinante con la mia via Mazzini, era perché in un vicolo dietro la chiesa c’era una certa bottega piena di vernici, dove vedevo spesso dei musicisti che mi incuriosivano con i loro strumenti.
Era la bottega di Veniero Mancinelli (vedi foto), imbianchino e verniciatore di mobili, dove il più assiduo frequentatore era Pasquale Damiano, che abitava a due passi da lý, uno dei fondatori dello storico gruppo jesino “The Devils”.
Se ero fortunato mi capitava di trovare Pasquale seduto fuori dalla bottega con la sua chitarra e Veniero accanto che lo ascoltava. Con la tradizione bandistica che c’era a Jesi, era abbastanza normale vedere strumenti a fiato, sax, trombe, clarinetti.... quella chitarra era davvero inconsueta e affascinante.

La mia passione per la musica mi spinse a conoscere ben presto Pasquale, per andarlo poi a trovare spesso a casa dopo pranzo; componeva delle canzoni molto belle, curandone anche gli arrangiamenti per il suo gruppo, e me le faceva ascoltare... una in particolare mi aveva colpito per il tema e il titolo insolito: “La panchina”.
La sua creatività si concretizzò ben presto in un 45 giri inciso a Roma per la C.I.R.F. con due suoi brani: “Al solito posto” e “Hey ascolta” (i Devils di allora - vedi foto - erano: Pasquale Damiano, voce e chitarra ritmica; Veniero Mancinelli, trombone e basso; Rodolfo Magini, batteria; Fabio Merli, sassofono; Giuliano Lancioni, chitarra solista). Veramente due belle canzoni. Mi colpirono molto allora gli arrangiamenti e la chitarra solista di un ottimo Lancioni in “Hey ascolta”.

Veniero lo conobbi mentre passavo davanti a quella bottega.
Mi chiamò e mi disse: -Tu sei quel ragazzino che va a casa di Pasquale? Ti piace la musica?- Risposi di sì e aggiunsi che mi piaceva anche cantare. Volle sentire la mia voce e ricordo ancora i pezzi che gli feci ascoltare, lì, per strada, senza curarmi affatto della gente che passava: “La terza luna” e “Il re dei pagliacci” di Neil Sedaka.
Poteva essere mio padre e fui subito colpito dalla sua simpatia e dalla grande espansività, perché sapeva metterti a proprio agio, riuscendo a coinvolgerti in tutto quello che faceva.
Anch’io gli andai subito a genio, al punto che qualche anno dopo, dal 1966 al 1967 (avevo 14 anni), mi volle sempre con i suoi Devils, ovunque essi andassero. Cantavo sei sette canzoni, qualcuna accompagnandomi con la chitarra (“C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” di Morandi - vedi foto), e ogni tanto facevo le prove con loro a casa del batterista Rodolfo Magini, in un retro-garage.
Tempo prima avevano già lasciato il gruppo sia Damiano, trasferitosi a Narni per lavoro, sia Lancioni, ma erano entrati Franco Rapelli, voce e chitarra basso, Leonardo Marani all’organo Compact Duo Farfisa e Pietro Galeazzi, voce e chitarra Fender (vedi foto).
Mi sembra di sentire ancora le stupende esecuzioni di “Spanish Flea”, “Perfidia”, “Taste Of Honey” dei Beatles, eseguita alla maniera di Herb Alpert, “What’D I Say” di Ray Charles e “Monday Monday” dei Mamas and Papas.
Ricordo un suggestivo trombone a tiro dal quale uscivano delle note ora calde, ora graffianti e aggressive a seconda del brano, ma sempre intonatissime, perché Veniero aveva un orecchio da far invidia agli accordatori di pianoforte, nonostante dicesse di essere “stonato” a cantare.
La competenza musicale di Veniero era palese quando mi insegnava gli “anticipi” e i “ritardi” all’interno delle battute di un brano o quando a casa mia mi faceva capire come Frank Sinatra in certe canzoni di Cole Porter riuscisse a cantare in maniera del tutto asincrona rispetto agli accenti e alla quadratura, creando un tessuto sincopato sopra l’orchestra.
Di lui ricordo ancora i consigli, i discorsi che tendevano sempre a esprimere nuovi e personali punti di vista, la generosità, la grande sensibilità che gli permetteva di entrare nel pensiero degli altri tanto da anticiparli, la risata accattivante e contagiosa, il modo di esprimersi parlando in pubblico davanti al microfono, perfettamente consapevole di possedere un ottimo timbro di voce, e, infine, le tante promozioni durante le serate per l’imminente apertura in piazza della Repubblica insieme a Rodolfo di un piccolo negozio di dischi, che sarebbe diventato ben presto il ritrovo e il punto di riferimento per tutti noi giovani musicisti jesini.

Ancora oggi, quando mi capita di entrare in quel vicoletto dietro la chiesa di San Pietro e vedo la porta chiusa di quella bottega da imbianchino, adattata probabilmente a garage, o passo davanti al negozio ora in corso Matteotti, non posso fare a meno di sentire la nostalgia per quel personaggio unico nel panorama musicale jesino, che a noi ragazzi ha saputo trasmettere tutto il suo entusiasmo verso la musica.
Veniero, sei stato veramente grande!

Marino Carotti

 
 
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